Jean-Pierre Nadau alla Casa dell'Art Brut di Mairano
Lungo la Senna, all'ombra della Tour Eiffel, si dipanano, su una tela lunga cinque metri, scene di cronaca nera, ricordi letterari, satira politica, fumetti e caricature: tante storie che scorrono come un flusso di coscienza collettivo
Un artista outsider le cui opere assomigliano per molti versi a quelle di Philippe Azéma, di cui abbiamo parlato nella precedente puntata, è Jean-Pierre Nadau. Qualcuno l'ha definito un monaco miniatore che mette su carta la propria mitologia, e il paragone in effetti è calzante. Nadau è celebre infatti per le sue imponenti e dettagliatissime opere realizzate a inchiostro di china su gigantesche tele o rotoli di carta, dove l'essere umano è intrappolato tra architetture labirintiche e folle brulicanti. La la densità della composizione è un elemento che accumuna immediatamente Nadau ad Azéma, come pure l'uso del segno grafico che si fa scrittura, e viceversa. Ma ci sono anche notevoli differenze tra i due, a cominciare da quella più evidente: il bianco e nero di Nadau contro gli intensi colori di Azéma.
Jean-Pierre Nadau è nato nel 1963 a Melun, sulla Senna a sud di Parigi, da una famiglia borghese: il padre era direttore di una ditta di utensili di precisione. Appassionato di musica e di teatro comico fin dall'infanzia, frequenta l'accademia Charles Dullin, a Parigi. Nel 1984 incontra lo scultore Chomo, artista eremita che lo introduce al mondo dell'arte. Da questo momento in poi, ispirato anche dal lavoro di Augustin Lesage, minatore e pittore che dipingeva tele enormi guidato dai suoi spiriti guida, Nadau inizia a disegnare diverse serie di piccoli quadri in bianco e nero, passando progressivamente a formati sempre più grandi. Dopo aver vissuto sporadicamente con i suoi genitori e aver svolto vari piccoli lavori, oggi Nadau vive a Morillon, nel dipartimento francese dell'Alta Savoia.
Dal 1987 traccia a inchiostro di china, con il famoso pennino Sergent Major, un suo universo barocco e caotico, una sorta di paesaggio interiore, in cui l'uomo è raffigurato tra spirali e serpentine, in una dimensione beffarda e tragica. Lo stile di Nadau è personale e riconoscibile: la china nera riempie progressivamente grandi rotoli di carta che possono raggiungere anche i dieci metri di lunghezza. Le sue composizioni esprimono narrazioni complesse, sature di architetture fantastiche, di iscrizioni, di personaggi celebri, con ispirazioni tratte dal mondo dei fumetti o della fantascienza.
Alla Casa dell'Art Brut si può ammirare una sua grande veduta di Parigi (il quadro misura 5 metri per 3), con la Senna che attraversa sinuosa il centro della città, sovrastata dalla imponente ombra della Torre Eiffel. Avvicinandosi, si scopre una babele di luoghi brulicanti di persone: umani, ma anche creature ibride e testi, inestricabilmente intrecciati. Ci vorrebbero ore per esplorare questo labirintico universo.
Il titolo, "La Senna, pallida acqua mascherata", allude al mito della Sconosciuta della Senna (l'Inconnue de la Seine), una giovane donna recuperata dalle acque del fiume parigino alla fine del XIX secolo. Si narra che un impiegato dell'obitorio, rapito dalla bellezza del suo volto, ne abbia realizzato un calco in gesso che è diventato un vero e proprio oggetto di culto nel XX secolo, ispirando scrittori e artisti, da Rainer Maria Rilke a Louis Aragon, da Man Ray ad Albert Camus.
Un'altra differenza tra i due artisti sta nei soggetti delle opere. Mentre Azéma riproduce le figure immaginarie delle sue allucinazioni, Nadau si ispira spesso a eventi reali o a personaggi della cultura popolare. Nel particolare qui sopra, la scena è ispirata a un famoso quadro di Eduard Manel, "Le Déjeuner sur l'herbe" (la colazione sull'erba). Come nell'opera impressionista, troviamo due uomini borghesi, vestiti di tutto punto, e una donna completamente nuda seduta sull'erba accanto a loro. L'uomo a destra, con il completo scuro, la cravatta e gli occhiali, assomiglia molto al filosofo francese Jean-Paul Sartre, uno dei "maître à penser" della Parigi del Novecento. Nadau però lo trasforma in una sorta di gangster, un sicario colto sul fatto con la pistola in mano. Il grande volto maschile dal ghigno beffardo al centro della scena è Horst Tappert, l'attore protagonista della serie poliziesca "L'ispettore Derrick". La donna nuda dai capelli corvini, con il volto coperto da un velo nero e le mani legate, sembra la vittima sacrificale o la complice prigioniera di questo picnic d'inchiostro. Sulla tovaglia distesa sull'erba di fianco alla donna si legge la scritta "Mayonnaise Rue Lesueur". Un dettaglio macabro: Rue Lesueur a Parigi è la via dove si trovava la casa degli orrori del famigerato dottor Petiot, il medico serial killer che durante la seconda guerra mondiale uccise decine di persone promettendo loro la fuga dalla Francia occupata. In sostanza Nadau mette in scena in un unico spazio la grande pittura francese (Manet), la filosofia della Rive Gauche (Sartre), i film gialli (Derrick) e la cronaca più nera (Petiot).
In quest'altra scena troviamo una lettura satirica della politica culturale post-coloniale francese. Viene preso di mira in particolare il modo in cui Parigi gestisce la memoria storica e dell'arte e della civiltà africane. I tre protagonisti sono una rappresentazione fortemente stereotipata del "tirailleur sénégalais", i fucilieri coloniali dell'esercito francese, con il tipico copricapo a tronco di cono, il "chéchia". I fumetti, letti da sinistra a destra, compongono questa frase: "y'a bon... musée du quai bwanly... merci m. Jacques Chivrac". Le parole sono storpiate volutamente per imitare l'accento caricaturale che i colonizzatori attribuivano ai popoli sottomessi, ma hanno un significato preciso. "Y'a bon" era lo slogan, oggi considerato razzista e paternalista, del celebre marchio di cioccolato francese Banania, nato durante la prima guerra mondiale, che usava come mascotte proprio un sorridente soldato senegalese. Il Musée du Quai Branly, inaugurato a Parigi nel 2006 lungo le sponde della Senna, fu fortemente voluto dal presidente Jacques Chirac per ospitare le testimonianze delle civiltà d'Africa, Asia, Oceania e Americhe, ovvero la cosiddetta "arte primitiva". Dietro l'apparente celebrazione multiculturale caldeggiata da Chirac, l'artista vede una continuazione del vecchio colonialismo. I tre personaggi ringraziano ironicamente il presidente con una tazza in mano, come se il museo fosse solo la versione moderna del cioccolato Banania. Ai piedi dei tre, la distesa di Tour Eiffel in miniatura con i relativi prezzi sta a significare la mercificazione della cultura parigina, trasformata in una gigantesca trappola per turisti, un mercatino di souvenir dove tutto — persino la storia coloniale e l'arte dei popoli sottomessi — viene venduto e monetizzato a pochi passi dalla Senna.
Qui ci addentriamo nella dimensione più intima e poetica del rapporto tra Nadau, Parigi e il fiume. L'elemento chiave per interpretare questo particolare dell'opera è il lungo testo scritto in stampatello sulla testa della figura androgina al centro dell'immagine: "Sous la calotte de la mésange bleue, Paris la nuit... Sous la culotte bleue de la nuit de Paris, mes anges... sonnent les cloches de notre grosse dame", ovvero "Sotto la calotta della cinciarella blu, Parigi di notte... Sotto le mutandine blu della notte di Parigi, i miei angeli... fanno suonare le campane della nostra grossa signora". Tra i vari giochi di parole (calotte/culotte, mésange/ange, grosse dame/Notre-Dame) si intuisce una sorta di erotica dichiarazione d'amore notturna per la cittá, dove il suono delle campane diventa un frenetico battito di cuore.
In questo angolo del quadro torniamo alla satira geopolitica e sociale. Il testo in stampatello sotto le due figure vestite di nero che indossano un velo integrale (il "niqab"), stagliate su un viso maschile con il classico copricapo arabo (la "kefiah"), è la chiave per cercare di interpretarne il significato. "Deux dame en noir réservent leur gisements de pets drole pour un cheik en blanc...et au désert, d'exquis mots, mais alors noirs!". Frase che si può tradurre così: "Due dame in nero riservano le loro esilaranti raffiche di peti per uno sceicco in bianco... e nel deserto, parole squisite, ma decisamente nere!". Con i suoi soliti giochi di parole Nadau sembra voler mettere a nudo l'ipocrisia delle relazioni tra la Francia (Parigi) e i ricchi petrodollari del Medio Oriente. Ovvero la svendita di pezzi della città, del patrimonio immobiliare e persino delle squadre di calcio (pensiamo al Paris Saint-Germain) ai fondi sovrani del Golfo Persico.
Il personaggio con la testa di pesce, la cravatta e il basco non è un mostro marino: è una rappresentazione satirica di un esponente del governo francese. Gli indizi disseminati da Nadau ci portano dritti al cuore della diplomazia del petrolio, delle armi e degli scandali internazionali. "Ascoltate ragazzi cosa mi porta nello Yemen, dove consumo il matrimonio con la capra del beduino", dice il fumetto, alludendo agli accordi "sporchi" stretti con i regimi mediorientali per il controllo delle risorse petrolifere o il traffico delle armi. Come nei dipinti di Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel, l'ibrido uomo-pesce rappresenta la stupidità, la voracità insaziabile, ma soprattutto la natura viscida e corruttibile di chi sguazza nel fango e nelle acque torbide del potere.
L'ultimo particolare dell'opera di Nadau su cui vogliamo soffermarci sembra il proseguimento della storia precedente. Mentre il politico-pesce fa i suoi maneggi, quattro individui che imbracciano lunghe canne da pesca sulla riva della Senna cercano di tirare fuori qualcosa dalle acque torbide della storia. Il personaggio centrale con la faccia da sole pronuncia una frase sibillina: "Non, ces lézard á bec, au ras de la baie, t'amènes á la bique de Omar", ovvero "No, queste lucertole col becco, giù in riva alla baia, ti portano alla capra di Omar". Torna l'ossessione per il bestiario grottesco e il richiamo al deserto mediorientale. Nadau sembra sbeffeggiare la retorica dei patti internazionali riducendoli a un battibecco insensato di animali da cortile. Il terzo individuo lancia un enigmatico urlo: "Ambiguità yéménite de la cuillère morte! Ansi dans l'air gondole du déseert vénitien, la rage de l'émir qui cuit comme un oeuf", che vuol dire "Ambiguità yemenita del cucchiaio morto! Così nell'aria che ondeggia come una gondola nel deserto veneziano, la rabbia dell'emiro che cuoce come un uovo". E così via...
Riguardando l'opera nella sua interezza, ci vorrebbero ore per decifrare il significato di tutte le storie raffigurate nei cinque metri della tela. Ci si perde in un labirinto apparentemente senza via d'uscita. Ma alla fine forse si può individuare un filo conduttore, sia fisico che concettuale.
Visivamente, l'elemento unificante è ovviamente la Senna del titolo. Il corso del fiume è come un nastro che attraversa la tela e organizza il caos agganciando ogni singola storia. Tutto nasce e si sviluppa intorno al fiume.
Il filo conduttore tematico è la demistificazione di Parigi come la cittá dell'amore, della cultura, della filosofia illuminata e dei diritti civili. Nadau ribalta questo mito mostrando il lato oscuro, rimosso o ipocrita della storia francese. I capolavori della pittura, con i loro picnic idilliaci nei parchi, si trasformano in scene del crimine popolate da serial killer e intellettuali armati. La celebrazione dei musei multiculturali viene smascherata come evoluzione del vecchio paternalismo coloniale. La diplomazia e il prestigio internazionale si rivelano patti cinici legati al petrolio e al traffico di armi.
Ma c'è anche un filo conduttore psicologico: l'horror vacui come flusso di coscienza (un tratto tipico anche dell'opera di Azeéma). Nadau si siede davanti alla tela e lascia fluire la notte parigina. La cronaca nera, gli scandali politici, i ricordi letterari, i fumetti e le caricature convivono nello stesso spazio-tempo perché è così che si accatastano nell'inconscio collettivo della città e nella mente dell'artista.
Claudio Cazzola, ottobre 2026
"Casa dell'Art Brut, Mairano (Pavia)
Jean-Pierre Nadau, "Dessin Gravure", ET Alors, 2008
Galerie Les Yeux Fertiles, "L'ivresse du détail", Parigi, febbraio-marzo 2026
"Jean-Pierre Nadau – Dessins à dessein", Livredart, dicembre 2025